La vendemmia e le uve che “fanno tendenza”

2 ottobre 2013

Autunno, la stagione della vendemmia che, secondo le previsioni dell’Associazione Enologi Enotecnici Italiani (Assoenologi), rese note lo scorso 31 agosto ed in attesa di revisione a breve, assicurerà quest’anno al nostro Paese una produzione di  44/45 milioni di ettolitri di vino e mosti, l’8% in più rispetto al 2012. Ma, in questo quadro, ci sono produttori che possono provare a sorridere più di altri? In altri termini, sulla base di quelle che sono le richieste del mercato vinicolo mondiale, ci sono varietà di uva che “fanno  tendenza” e  che rivestono un ruolo più importante con i vini a cui danno origine?  Una classifica in tal senso è stata stilata poco tempo fa dall’autorevole rivista inglese “The Drink Business”, rivista anticipatrice per antonomasia delle tendenze globali. La classifica vede in “pole position” il Sangiovese e il Nebbiolo, varietà che danno vita a grandi vini rossi quali il Brunello di Montalcino (la prima) e il Barolo (la seconda), affiancati  da alcune varietà proprie del Sud della nostra Penisola , quali le siciliane Nero d’Avola e Nerello Mascale e le campane Aglianico, Fiano, Falanghina e Greco di Tufo; dal Vermentino, con le sue espressioni di eccellenza in Sardegna e in Toscana; dal Glera, alla base del fenomeno Prosecco;  dal Trebbiano in terra d’Abruzzo ed infine dal Pinot Grigio, protagonista della vitivinicoltura non solo nazionale ma mondiale. E voi? Vi ritrovate in qualche modo in questa classifica? Ne avete una vostra?

Il souvenir ideale della vacanza? Quello enogastronomico!

30 luglio 2013

Siamo a fine luglio, il cuore dell’estate, la stagione delle vacanze per eccellenza anche in tempo di crisi, una crisi che fa registrare una drastica riduzione delle partenze ma anche cambiamenti nelle abitudini di quanti alla vacanza non rinunciano comunque. Secondo quanto accertato da Coldiretti, per esempio, nel periodo di vacanza si mangia sempre meno fuori a pranzo come a cena; tornano di moda i picnic in spiaggia e, ancora,  si lasciano da parte i souvenir,  puntando però, in questo caso, sempre più sui prodotti tipici. Risulta infatti che 6 italiani su 10 (il 63%), l’equivalente di più di otto milioni di persone, scelgono il prodotto enogastronomico come souvenir da riportarsi a casa o da regalare a parenti o amici.  E in questo non sono da meno neanche gli stranieri in visita nel nostro Paese. Certo non si può dire che in questo ambito manchi la scelta, tenuto conto della grande ricchezza e varietà del patrimonio enogastronomico nazionale. L’Italia vanta circa 4.700 specialità alimentari, tutte di alto livello, senza dimenticare i 252 prodotti a dop (denominazione di origine protetta) e a igp (indicazione di origine protetta) – dalle acciughe sottosale del Mar Ligure allo zafferano di Sardegna –  a cui vanno aggiunti i vini, ben 403 a dop  (73 docg e 330 doc) e 118 a igp – dall’Aglianico del Vulture al Vin Santo di Montepulciano. E voi? Vi riconoscete in questa nuova tendenza? Avete mai pensato ad un ricordo enogastronomico di gita o di vacanza?

Consumatore di vino… ma di che tipo?

28 giugno 2013

Sono stati presentati a  Milano, lo scorso 18 giugno, i risultati del secondo rapporto di filiera del comparto vino ,“Vino futuri possibili”, realizzato dal Gruppo 24ore con il supporto di collaborazioni diverse. E proprio da una sezione di questo rapporto – quella dedicata a “Gli italiani e il vino”,  curata da  Marilena Colussi, Direttore di ricerca tendenze alimentari e sociali – è emersa una vera e propria mappa del consumatore–compratore di vino italiano, che rappresenta ben il 93% della popolazione maggiorenne  (tale è la percentuale di coloro che dichiarano di bere vino, sempre secondo il rapporto) e si raggruppa in 7 distinte tipologie. Troviamo così il SEMPLIFICATORE, che non si intende di vino e quando compra si affida a prodotti  decisamente noti, conosciuti, per essere certo di non sfigurare; l’ENTUSIASTA, che è l’autentico appassionato, il conoscitore, che beve tanti tipi di vino ed è disposto a spendere; l’ASPIRAZIONALE, che è molto interessato a conoscere tanti tipi di vino ma fa anche molta attenzione al prezzo; l’EQUILIBRATO, che è curioso ma non si considera competente, si fa consigliare quando compra ma non spende molto;  il FOLLOWER, che beve vino solo quando è in compagnia di amici, solitamente all’interno di in un locale/bar e come aperitivo; il TRADIZIONALE, che, amante delle proprie origini e delle proprie tradizioni,  beve solo vini della zona di provenienza e, infine,  l’ABITUDINARIO, che ha gusti precisi, abitudini consolidate, tanto da osare difficilmente e da scegliere sempre da una ristretta rosa di prodotti. E voi? Che consumatori di vino siete? Vi riconoscete in uno di questi identikit?

Una classificazione di vini tra i patrimoni dell’Unesco?

19 giugno 2013

Ha avuto inizio domenica scorsa  e chiuderà i battenti domani Vinexpo, il salone internazionale del vino di Bordeaux, appuntamento fieristico di sicuro riferimento per i professionisti del vino del mondo intero. Ed è proprio da lì, nel contesto di una cena organizzata per l’occasione all’interno di uno dei più blasonati “Château”, che è arrivata la notizia: verrà presentata la candidatura a patrimonio dell’Unesco della Classificazione dei vini di Bordeaux datata 1855; la presentazione avverrà nel 2015, in occasione del 150° anniversario, e per preparare la domanda di candidatura è stato costituito un comitato di esperti di geografia, storia ed enologia.  Si tratta di quella classificazione ufficiale voluta dall’allora imperatore Napoleone III per il Salone di Parigi  e rimasta, a parte un paio di modifiche, praticamente immutata nel tempo.  Stabilita in funzione della reputazione degli “Châteaux” e del loro costo di produzione, essa vede i vini classificati per importanza da primo a quinto “cru” e riguarda sostanzialmente i vini rossi prodotti nella regione Médoc (una sola realtà si colloca infatti nella regione Graves) e i vini bianchi liquorosi di Sauternes e Barsac, classificati però solo su due livelli.  Una classificazione di vini che aspira ad entrare nella lista più prestigiosa al mondo che raccoglie siti di importanza eccezionale per valenza culturale o naturale? Che ne pensate? Pensate possano esserci candidature simili anche in Italia?

E con il pesce?… anche rosso!

30 maggio 2013

Maggio mese prologo dell’estate (sigh!) e di importanti appuntamenti con protagonista il pesce (Slowfish a Genova) e gli abbinamenti pesce-vino (2° Selezione Internazionale dei Vini  da Pesce ad Ancona). Eh già gli abbinamenti… Ma con piatti a base di pesce quale vino abbinare? Proprio scorrendo il Regolamento della Selezione –  che ammette vini tranquilli e spumati, bianchi e rosati – riusciamo a trovare l’ulteriore conferma che affidandoci al binomio “pesce-vino bianco” non possiamo sbagliare. In effetti non è proprio così, anzi questo binomio può rivelarsi non solo riduttivo ma anche sbagliato. Il fatto è che anche con il pesce gli abbinamenti possono essere tantissimi, perché tanti sono i prodotti ittici (crostacei, molluschi, pesci magri o più o meno grassi), tante possono essere le tipologie di cottura (dalla semplice bollitura all’umido, dalla grigia, al forno, al cartoccio,  alla frittura, tante per citare le più ricorrenti),  e tanti possono essere i condimenti, le spezie, gli aromi utilizzati in cucina. Ecco allora alcuni suggerimenti “classici”. Uno spumante brut, servito ben freddo, è sicuramente ottimo con frutti di mare crudi e pesce crudo in genere (carpacci, tartare) ma si sposa benissimo anche con una buona frittura, asciutta e croccante e… senza limone! Un bel vino bianco secco, giovane, fresco in acidità, piuttosto profumato, è indicato con piatti a base di pesce magro, quale il merluzzo e la sogliola, o di pesce semimagri, come la triglia o il pesce spada. Sempre un vino bianco, ma sicuramente più strutturato, oltre che sapido e fresco, è ideale con piatti a base di pesci grassi, quali il tonno o l’anguilla, perché riesce a stemperare le sensazioni di grassezza e la tendenza dolce che ritroviamo nei piatti. Ma è proprio con i pesci grassi e in presenza di condimenti abbondanti che “l’eccezione diventa regola” e che il matrimonio tra un piatto a base di pesce e un vino rosso risulta  riuscitissimo, nonostante l’incompatibilità dei tannini del vino con alcune proteine contenute nel pesce. Mai provato un Groppello con l’anguilla in umido con i piselli? E un Nero d’Avola con un bel piatto di pasta al sugo rosso di tonno? E un Sangiovese col cacciucco alla livornese?

I primi 50 anni delle DOC (1963 – 2013)

7 maggio 2013

Una lunga storia quella delle Denominazione di Origine dei vini italiani che quest’anno celebra, con varie attività, il cinquantesimo compleanno.
Era il 12 luglio 1963 e, dopo anni di lavori e appassionate discussioni, si approvava il noto decreto 930 con il quale furono istituite le DOC dei vini del Bel paese, perfezionato poi nel 1992 con la legge 164. Il “padre” di quella che fu una rivoluzione per la viticultura italiana era il senatore piemontese Paolo Desana che – libero da ogni campanilismo – tenne a battesimo la prima DOC italiana, la toscana Vernaccia di San Gimignano.
Il sistema delle denominazione, senza dubbio espressione del ricco e variegato patrimonio enologico nazionale, si è andato evolvendo nel corso dei decenni fino a raggiungere l’attuale situazione: 330 DOC, 73 DOCG (entrambe racchiuse nel sistema delle Dop) e 119 IGT (o Igp).
Gli anni passano e la discussione su questi temi è sempre accesa, tanto che oggi c’è chi prospetta una eventuale semplificazione, funzionale ad una più facile presentazione e riconoscibilità dei prodotti, specie sui mercati stranieri.
E voi, conoscevate la storia delle nostre denominazioni? La ricerca di una denominazione guida la vostra decisione nello scegliere un vino? Sapevate che il ricco patrimonio di denominazioni fosse così vasto? Puntare sulla varietà o semplificare? Conoscete la legislazione in materia di altri stati produttori?
Diteci la vostra …

Bianco, rosso, rosato e… “orange”!

29 aprile 2013

Curiosando qua e là, abbiamo scoperto, con non poca sorpresa, che esiste una categoria di vini di cui ignoravano completamente l’esistenza: gli “orange”.
Si tratta di una categoria non ancora riconosciuta ufficialmente come tale, entrata pare a far parte dell’universo enoico del nostro Paese da una decina di anni, ottenuta con tecniche di vinificazione legate a vecchie tradizioni contadine o prese in prestito da altri Paesi.
Si tratta di vini bianchi fermentati e affinati sulle bucce, perciò definiti qui da noi “macerativi” e all’estero, appunto, “orange”. In pratica un produttore dalle stesse uve con cui magari produce un “classico” vino bianco ottiene un vino totalmente diverso affidandosi ad una tecnica produttiva altrettanto diversa .
Come in tutte le questioni ci sono i favorevoli e i contrari, questi ultimi ritenendo in particolare che la macerazione appiattisca tutte quelle peculiarità che vengono conferite al vino dal terroir di provenienza e/o dal vitigno.
Di fatto con quella che risulta essere una “vinificazione delle uve bianche in rosso”, vale a dire con un contatto più o meno lungo delle bucce col mosto in fermentazione, si ottengono dei vini decisamente diversi da quelli che conosciamo abitualmente, in particolare dei vini con una componente acida decisamente ridotta.
Comunque per quanto possa risultare ancora poco usuale, questo tipo di vinificazione è stato reintrodotto dai produttori di Ribolla Gialla in Friuli ma anche da altri di angoli diversi della nostra penisola, dall’Emilia, alle Marche, dalla Liguria alla Sicilia.
E voi? Ne conoscevate l’esistenza? Avete mai avuto la possibilità di assaggiare un vino “orange”? Che ne pensate?

I wine cocktail, una tradizione nazionale

22 aprile 2013

I puristi arricciano sicuramente il naso, quando addirittura non inorridiscono, al solo accenno di miscelare il vino. Sembra però che il nostro Paese vanti in questo ambito una delle pratiche (o arti) più antiche, tornata ora alla ribalta coi cocktail a base di vino.
La storia inizia nell’Antica Roma, dove i vini venivano allungati con acqua di mare per aumentarne la sapidità o venivano conciati con miele e spezie con l’ottenimento di una sorta di punch ante-litteram o  dove ancora era diffuso l’uso del Posca, un dissetante a base di vino in acetificazione allungato con acqua.
Da quest’ultima usanza deriverebbe quella consuetudine, registrata nelle campagne fino ai primi del Novecento, di consumare una bevanda ottenuta miscelando acqua, aceto e zucchero. All’acqua sono poi subentrate le bevande gassate, con la diffusione in prevalenza nel Sud dell’Italia del binomio vino-gassosa e nel Nord di quello vino bianco-acqua gasata.
Quest’ultimo, preso in prestito dagli Austriaci – che erano soliti allungare in questo modo i vini italiani per renderli  frizzanti e meno robusti, aggiungendovi anche una fetta di limone, talvolta spremuta, per renderli anche nel gusto più vicini ai loro – ha portato alla nascita di uno dei cocktail a base di vino più noti e consumati: lo Spritz (termine che si traduce come “spruzzare”, tenuto conto  che l’allungamento del vino veniva fatto usando il sifone o la pistola da selz); un cocktail evolutasi poi nel tempo e diffusosi  in molte altre aree d’Italia con nomi diversi:  significativo il Mezzo e Mezzo partenopeo, ad indicare l’uso di una pari quantità di acqua di soda e vino bianco.
Alla tradizione invece di aromatizzare il vino con la frutta, molto diffusa in Piemonte, si deve sicuramente  la nascita a Venezia nel 1948 di un altro conosciutissimo cocktail: il Bellini, capostipite degli “sparkling” italiani, preparato con succo di pesca bianca. A questa famiglia appartengono il Mimosa con spremuta d’arancia, il Tiziano con uva fragola, il Tintoretto con succo di melagrana, il Puccini con succo di mandarino e il Rossini preparato con le fragole.. insomma cocktail per tutti i gusti. E voi?

Vino barricato o “nature”?

15 aprile 2013

La kermesse vinicola più importante del nostro Paese, il Vinitaly, ha appena spento i propri riflettori e noi, reduci da una serie di assaggi, ci siamo resi conto che uno degli argomenti che continua ad infervorare chi in qualche modo è protagonista delle vicende enologiche nazionali rimane l’uso della tecnica della barrique  (termine francese che indica una botte di legno di rovere da 225 litri).
L’affinamento dei vini nelle barriques è una tecnica in uso da una ventina di anni qui in Italia, da molto più tempo in Francia – paese da cui proviene anche quel legno con cui le barriques stesse vengono costruite, considerato di particolare pregio per le caratteristiche che trasmette al vino, il rovere (quercia) del Massiccio Centrale.
Il dibattito però coinvolge anche i consumatori: vino barricato o senza passaggio in legno (“nature”)?
Sembra assodato che la stragrande maggioranza  preferisca i vini barricati (con riferimento particolare ai vini rossi) e questo per il gusto di ritrovarvi determinati sentori quali la vaniglia, il cioccolato, il tabacco, la cannella e altri ancora, dovuti proprio alla tostatura del legno, e comunque profumi complessi e persistenti, uniti a tannini resi “eleganti”. Non dimentichiamo però anche l’altra faccia della medaglia: l’uso smodato del legno finisce per omologare tutti i vini a prescindere dalle uve utilizzate e dal territorio di provenienza.
E voi? Quali sono le vostre preferenze?  Vino barricato o “nature”?

Vinitaly alle porte… Tutti in partenza!

4 aprile 2013

Manca ormai poco alla grande “maratona veronese” del vino italiano.  Da domenica 7 a giovedì 10 aprile si tiene a Verona la 47esima edizione di Vinitaly, uno tra i più importanti appuntamenti internazionali del vino e il principale a livello nazionale, la più grande vetrina per i prodotti vitivinicoli italiani, dove si incontrano produttori e buyers provenienti da tutto il mondo. Dal 1967 si svolge con cadenza annuale e negli ultimi anni ospita anche spazi dedicati all’olio di oliva e ad apparecchi utilizzati nella vinificazione. Tra le novità di quest’anno, Vinitaly Wine Club, piattaforma online per il commercio elettronico del vino, e un’attenzione particolare all’export, soprattutto verso i mercati emergenti come quello della Cina, presente in fiera con una delegazione del ministero del Commercio. Con più di 4mila espositori e circa 140mila visitatori nell’ultima edizione tra produttori, importatori, distributori, ristoratori, giornalisti specializzati, blogger, enologi, tecnici e appassionati, Vinitaly “trasforma” Verona in una vera e propria “città del vino”: oltre a degustazioni e presentazioni di nuovi vini ed etichette all’interno dello spazio espositivo, aziende e produttori affittano locali e organizzano eventi in centro e nei dintorni, sempre all’insegna del bere bene. E voi? Siete mai stati a Vinitaly? Avete avuto modo di scoprirvi qualche cosa di particolare? Cosa pensate di questo tipo di appuntamento?